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Oggi,
noi siamo sempre pronti a giudicare, come a fornicare. Con questa
differenza, che non c'e il timore di non riuscire"
"Allora per non essere giudicati tutti si affrettano a giudicare. Che
vuole, l'idea più naturale nell'uomo, l'idea che gli viene ingenuamente,
come dal fondo della sua natura, è quella della propria innocenza. Per
questo riguardo, siamo tutti come quel ragazzo francese il quale, a
Buchenwald, si ostinava a voler esporre un suo reclamo allo scrivano,
anche lui prigioniero, che registrava il suo arrivo. Un reclamo? Lo
scrivano e i suoi compagni ridevano: "E' inutile, caro mio. Qui non si
reclama". "No, guardi", diceva il ragazzo, "il fatto è che il mio caso è
un caso eccezionale. Io sono innocente!".
Siamo tutti casi eccezionali. Tutti vogliamo appellarci a qualcosa!
Ognuno pretende a ogni costo di essere innocente, anche se per questo
debba accusare il genere umano e il cielo. Si farà un mediocre piacere
ad un uomo se lo si complimenta per gli sforzi grazie ai quali è
diventato intelligente o generoso; invece si illuminerà di gioia se si
ammira la sua generosità naturale. Inversamente, se lei dice a un
criminale che la sua colpa non dipende né dalla sua natura, né dal
carattere, ma da circostanze sfortunate, gliene sarà violentemente
riconoscente. Durante l'arringa, sceglierà proprio quel momento per
piangere. Eppure, non c'è merito ad essere onesti o intelligenti di
nascita. Così, che uno sia criminale per natura o per circostanze, la
responsabilità non cambia certo.
Ma quei bricconi vogliono la grazia, cioè l'irresponsabilità, e mettono
avanti senza vergogna la giustificazione della natura o la scusa delle
circostanze, anche quando ci sia contraddizione. L'essenziale, per loro,
è essere innocenti: che, per grazia di nascita, le loro virtù non
possano essere messe in dubbio, e le loro colpe, nate da una passeggera
disgrazia, siano sempre e soltanto provvisorie. Gliel'ho detto. Si
tratta di sfuggire al giudizio. Siccome sfuggirvi è difficile, mentre
riuscire a far ammirare e insieme scusare la propria natura è buona
creanza, cercano tutti di essere ricchi. Perchè se lo è mai chiesto?
Per
essere potenti, certo. Ma soprattutto perché la ricchezza sottrae al
giudizio immediato, ti libera dalla folla della metropolitana per
chiuderti in una carrozza nichelata, isola in vasti parchi ben
custoditi, vetture letto, cabine di lusso. La ricchezza, caro amico, non
è ancora l'assoluzione, è la condizionale, che fa sempre comodo".
(pp. 30-31) |
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"Lo
so che non si può fare a meno di dominare o di essere serviti. Ognuno ha
bisogno di schiavi come di aria pura. Comandare è respirare, anche lei
la pensa così? Persino i più diseredati riescono a respirare. L'ultimo
nella scala sociale ha ancora il coniuge o il figlio. E se è celibe, un
cane. L'essenziale, insomma, è di poter andare in collera senza che
l'altro abbia il diritto di rispondere.. "Non si risponde al proprio
padre", lei conosce la formula? In certo senso è singolare. A chi si
risponderebbe in questo modo se non a chi si ama? Per altro verso, è
convincente. Bisogna pure che qualcuno parli per ultimo. Altrimenti a
ogni ragione se ne può opporre un'altra: non si finirebbe più. Invece,
il potere tronca tutto. Ci abbiamo impiegato un po' di tempo, ma
finalmente l'abbiamo capita. Per esempio, avrà notato, la nostra cara e
vecchia Europa filosofa finalmente nel modo giusto. Non diciamo più come
gli ingenui di un tempo: "Io la penso così. Quali sono le vostre
obiezioni?". Siamo diventati lucidi. Al dialogo abbiamo sostituito il
comunicato. 'Questa e la verità. Potete sempre discuterla, la cosa non
ci interessa, ma fra qualche anno sarà la polizia a dimostrarvi che ho
ragione io'"....
"La verità è che ogni uomo intelligente, lei m'insegna, sogna di essere un
gangster e di regnare sulla società con la sola violenza. Siccome non è
facile come si potrebbe pensare leggendo i romanzi specializzati, ci si
affida alla politica e si ricorre al partito più crudele". (p. 37)
"Guardi, non lontano da qui c'è un museo che si chiama "Nostro
Signore in soffitta". A quel tempo, avevano messo le loro catacombe
sotto i tetti. Che vuole, qui nelle cantine entra l'acqua. Ma oggi, stia
tranquillo, il loro Signore non è più né in soffitta né in cantina.
L'hanno installato su un tribunale, nel fondo di loro stessi, e
picchiano, e giudicano, soprattutto giudicano, in nome suo. Egli parlava
con dolcezza alla peccatrice: "Nemmeno io ti condanno"; la cosa non li
disturba per niente, condannano, non assolvono nessuno... E poi se ne è
andato per sempre lasciando che giudicassero e condannassero, col
perdono sulle labbra e la sentenza nel cuore.
Giacché non si può dire che non ci sia più pietà, no perdinci, non
facciamo che parlarne. Soltanto, non si assolve più nessuno.
Sull'innocenza morta, pullulano i giudici di ogni razza, quelli di
Cristo e quelli dell'Anticristo, che d'altronde sono i medesimi,
riconciliati nel disagio.
Perché non bisogna accusare solo i cristiani.
Sa cos'è diventata, in questa città, una delle case in cui abitò
Descartes? Un ospizio per alienati. Si, è il delirio generale, e la
persecuzione. Anche noi, naturalmente, siamo costretti a partecipare. Si
sarà accorto che io non risparmio nulla, e so che da parte sua lei non è
da meno. Quindi, essendo tutti giudici, siamo tutti colpevoli, gli uni
per gli altri, tutti cristi, a nostro brutto modo, crocifissi a uno a
uno, e sempre senza sapere" (pp. 71-72) |