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Giustizia malata, nazione in coma

Da: Dario Quintavalle
Data: 1/12/01
Ora: 9:07:24 PM
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C’entra la Giustizia con l’argomento di questo sito? C’entra eccome. Un Paese non può pensare alla sua difesa esterna quando non controlla bene nemmeno il proprio territorio, quando per ammissione dei suoi più alti esponenti le sue leggi non valgono la carta su cui sono scritte.

L’annuale apertura dell’anno giudiziario è una di quelle cerimonie di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno. Un sepolcro imbiancato non cessa di essere un sepolcro, solo perché ha un aspetto meno lugubre. Intendiamoci, le cerimonie sono pittoresche e ci vogliono, purché al fasto della forma corrisponda la sostanza. Ma non fatevi ingannare dalle toghe rosse bordate di ermellino dei magistrati della Cassazione, che sfilano preceduti da uno scettro simbolo dell’autorità e della forza dello Stato: sono un simulacro pomposo, il vuoto orpello che copre la vergogna impudica di una giustizia sbracata e impotente. Nella realtà quotidiana la giustizia si mostra in modo assai meno fastoso e maestoso. Da tempo, per dirne una, nei tribunali civili non si indossa nemmeno più la toga; è semplicemente caduta in disuso: le udienze si tengono in abiti borghesi, e il giudice si riconosce solo perché, nel bailamme generale, è l’unico a stare seduto e calmo dietro una scrivania.

Il disastro è più grande e radicale di quanto non si immagini, e le varie riforme che si sono succedute non hanno fatto altro che ritardare l’asfissia definitiva, senza incidere sulla sostanza dei problemi, anzi aggiungendo nuovi elementi di confusione e arbitrio al caos generale. Per dirne una, i primi ottanta articoli del Codice di Procedura Penale del 1990 sono stati emendati centinaia di volte in dieci anni. Mi sono laureato in Giurisprudenza nel 1992, e già i miei libri sono documenti storici, inutilizzabili.

L’Italia democratica del 2001 applica ancora un Codice Penale sostanzialmente fascista datato 1930, nato per tutelare lo Stato dall’individuo, piuttosto che il contrario (come è costume dei paesi liberali). Vi sentireste tranquilli sapendo che in Germania è ancora vigente il Codice Nazista? L’Italia europea e postindustriale ha la sua vita economica regolata ancora dal Codice Civile del 1942, un vestito fatto su misura per un paese ben diverso, contadino e autarchico. I contratti via Internet? Il codice prevede al massimo quelli per telegrafo, poveri noi…

Il nostro sistema giuridico è uno strano ibrido tra legge scritta e applicazione consuetudinaria. L’ergastolo, ad esempio, pur non essendo mai stato abolito, di fatto non esiste più. Alla faccia della volontà popolare, espressa in democratico referendum, che voleva mantenerlo, si è fatto in modo, alla chetichella, di farlo sparire, anche se sulla carta c'è ancora. L’omicidio colposo è un reato quasi depenalizzato. La legge prevede una pena massima di cinque anni, ma di norma ne viene comminato appena uno. Il pirata della strada albanese che ha investito un bambino e poi è uscito di prigione, aveva paradossalmente ragione: il trattamento nei suoi confronti è stato molto più duro rispetto alla norma. Fosse stato un italiano, non sarebbe nemmeno andato in carcere.

La legge è uguale per tutti, in teoria. In pratica è diversa da caso a caso. Tra sconti di pena, abbreviazioni, benefici vari, la certezza della pena è una barzelletta. Una Corte inglese comminerà una pena stabilita tra un minimo e un massimo. In Italia, il testo dell’Antolisei, Diritto Penale, confessa con involontario umorismo (quasi fosse una conquista di civiltà!) che siamo alla “personalizzazione della pena”. Non a torto, qualche anno fa, lo scrittore Luca Goldoni chiedeva sorridendo dalle pagine del Corriere se era possibile avere un preventivo di pena nel caso avesse voluto ammazzare il vicino di casa. Risposta: no, non è possibile. I fattori in ballo sono talmente tanti che tanto varrebbe sorteggiare la condanna alla roulette.

Una politica in materia di giustizia non esiste e non è mai esistita, ed è consistita semplicemente nell’inseguimento affannoso delle emergenze da parte di una serie di Ministri di bassissimo spessore culturale e intellettuale, oltrechè privi di preparazione specifica, soggetti ai richiami più disparati: ultimo, l’attuale Ministro, che dopo l’udienza col Papa voleva immediatamente concedere una larga amnistia…

La giustizia è stata ostaggio delle beghe politiche, e i partiti si sono fatti strumentalizzare dalle diverse ed opposte corporazioni, col bel risultato che la normale dialettica processuale tra giudice e avvocato si è trasferita sul terreno politico-partitico. Per semplificare: i magistrati (più esattamente: i PM) fanno carriere politiche con la sinistra, gli avvocati con la destra. E a giudicare dalla qualità delle nostre leggi, il fatto che tanti deputati siano professionisti del diritto è ininfluente.

Il modo di selezionare gli operatori della giustizia è semplicemente scandaloso. 
I magistrati escono fuori - è vero - da un durissimo e serio concorso nazionale: teoricamente è aperto a tutti, come si conviene a una democrazia, ma possono in realtà parteciparvi solo giovani che, dopo la laurea possono permettersi il lusso di mettersi fuori dal mercato del lavoro per tre o quattro anni e continuare a studiare, pagando di tasca loro lezioni private - perché a differenza della Francia, l’Italia non ha una scuola di Magistratura. Inoltre il limite massimo di età per partecipare al concorso è di quarant’anni. Ciò assicura certamente alla magistratura forze fresche, ma ne fa anche la meta di giovani imberbi, secchioncelli preparatissimi che però della vita non sanno niente, escludendo il contributo di figure diverse con più ricchi percorsi professionali e umani (i magistrati amministrativi dei TAR, per esempio, arrivano da altre carriere dello Stato, con un concorso di secondo grado). 
Le materie d’esame sono esclusivamente giuridiche. Incredibilmente, non è previsto nessun esame psicologico e attitudinale per chi, per tutta la vita dovrà essere un esempio di equilibrio (qualcuno ricorda il caso del Procuratore Cuva, che indagava sul delitto dei sassi dal cavalcavia di Tortona e ammise di essersi inventato le prove e coartato i testimoni perché soffriva di depressione?).

Gli avvocati invece diventano tali dopo un periodo di praticantato gratuito (una forma di schiavitù legale) di almeno due anni, e un esame la cui severità è inversamente proporzionale alla latitudine geografica: che a Catanzaro e Lamezia Terme sia più cento volte più facile ottenere una toga che non a Milano è un segreto di Pulcinella.

Mancano sedie, aule, computer. L’organizzazione giudiziaria è inoltre povera di personale ausiliario. Il cancelliere è una figura ormai scomparsa. Nei processi civili i verbali (e ciò che è peggio, le dichiarazioni dei testimoni) vengono scritti dagli stessi avvocati – sarebbe ‘falso in atto pubblico’, ma si fa finta di niente, altrimenti si blocca tutto - e le sentenze sono redatte personalmente dai magistrati. Quelli giovani si arrangiano sul computer, quelli anziani scrivono a mano.

Logico dunque che i giovani uditori preferiscano la dovizia di mezzi (e le prospettive di carriera) di cui gode un Pubblico Ministero al duro, oscuro lavoro del giudice civile. Ho appena conosciuto una giovane uditrice che ha accettato di trasferirsi da Torino in Sicilia, pur di esercitare le funzioni di Sostituto Procuratore, perché “fare il giudice civile è noioooso”. L’ho guardata basito pensando a quella frase scritta da Albert Camus ne “La Caduta” a proposito dei giudici: <<Non riuscivo a capire come un uomo si proponesse da sé per esercitare questo compito strabiliante. Ammettevo il fatto, vedendolo, ma un po' come ammettevo le cavallette>>. Lo Stato affida una posizione di frontiera e di grande responsabilità a una “pischella” alle prime armi, ambiziosa e un po' presuntuosa, e poi si stupisce?

Vi hanno detto che in Italia c'è uno squilibrio tra accusa e difesa? Può anche darsi, ma non è questo il problema principale: lo squilibrio c’è tra giustizia penale e civile, tra magistratura giudicante e inquirente. Nei “paesi normali” il diritto principe è il diritto civile, che garantisce la vita economica della nazione - i contratti, la proprietà, i titoli di credito, la fede nelle transazioni. Qui in Italia la giustizia civile è impegnata (intasata) da milioni di microcause che per il 70% riguardano solo incidenti stradali e liti di condominio. In gergo si designano “parafangai” gli avvocati che si guadagnano la vita occupandosi solo di sinistri automobilistici. Sono controversie di zero spessore giuridico (e infatti sempre più spesso vengono affidate a Giudici di Pace), ma che comportano istruttorie lunghe e rognosissime. 
Prevale il Diritto Penale (più attenzione, mezzi, soldi, prestigio, e la forza delle Polizie), perché assicura un simulacro di esistenza e autorità dello Stato. E pazienza se il cittadino singolo è abbandonato a sé stesso. Dice nulla il fatto che nell’ultimo mese un bel po' di persone in Campania abbiano reagito da sole a piccoli furti, sparando? Siamo all’anticamera del Far West. La sicurezza del cittadino singolo sembra non riguardare più nessuno, si sta rompendo il patto fondamentale della civile convivenza.

Pur in questa povertà di mezzi, le attese che da parte dei cittadini si appuntano sulla giustizia sono spropositate, addirittura messianiche. Stando l’impotenza della politica a garantire la civile convivenza con leggi moderne e adeguate, ci si aspetta dalla magistratura che regoli il caos. Nessuno ha il coraggio di tirarsi indietro, di smentire lusinghiere aspettative, di denunciare che il Re è nudo. Così si è creata una giustizia a doppia velocità: quella delle procure e delle inchieste – veloce, spiccia ed efficace – e quella delle corti e dei processi – lungagnona, cavillosa e dispersiva.

Come scrive il PM Carlo Nordio sul Messaggero di mercoledì scorso, si arriva al “paradosso peggiore: che in Italia è tanto facile entrare in galera prima del processo, da presunti innocenti, quanto è facile uscirne dopo la condanna da colpevoli”.

L’Italia sarà anche stata, nel passato, la culla del Diritto. Oggi ne è la bara.

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