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Prima Dio, poi lo Stato?

Da: Dario Quintavalle
Data: 11/27/00
Ora: 12:21:51 AM
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Una notizia che, come futuro Dirigente Pubblico, mi interessa particolarmente.

Il Papa ha celebrato sabato 25 novembre il “Giubileo degli enti istituzionali” ricevendo «grand commis», dirigenti, funzionari e impiegati dei vari organi costituzionali della Repubblica italiana. Giovanni Paolo II ha toccato il tema dell’obiezione di coscienza, della fedeltà del funzionario alla «legge di Dio», a costo di disobbedire alle norme dello Stato.

Il Papa ha sottolineato da una parte che, fra le virtù che devono «brillare» nei funzionari dello Stato, «c’è senza dubbio la lealtà nei confronti delle istituzioni», «il dovere dell’ossequio che si deve alle leggi e a coloro che esercitano l’autorità». PERÒ, ha aggiunto il Pontefice, «tutto va sempre sottoposto alla sovranità di Dio, al punto che in nessun caso può diventare obbligante ciò che si pone contro la sua legge». E ha chiesto ai funzionari cristiani di «essere fermi testimoni di questo principio, andando, se e quando necessario, "controcorrente"».

Lasciamo ai teologi di professione il compito di decifrare e spiegare cosa esattamente vogliono dire le parole del Papa. A me importa di più il modo in cui esse vengono decodificate e sintetizzate per il grande pubblico. E il titolo del Corriere è spietatamente chiaro: <<Giovanni Paolo II ai funzionari pubblici: prima Dio, poi lo Stato>>!

Può darsi che non fosse esattamente questo il senso delle parole di Sua Santità, ma indubbiamente sono suonate così.

Parlando a “4 mila dipendenti della presidenza della Repubblica e della presidenza del Consiglio dei ministri, del Senato, della Camera, della Corte dei Conti, dai più alti funzionari ai commessi, agli operai della manutenzione, seduti gli uni accanto agli altri senza alcuna attenzione per le precedenze gerarchiche” il Papa sapeva di non rivolgersi agli agenti di una tirannide atea, bensì ai funzionari di uno Stato che fatica ad assicurarsi la fedeltà dei suoi cittadini, e l’onestà e lealtà dei suoi servitori.

Servivano ad un Paese infantilmente anarchico come il nostro ulteriori incitamenti alla disubbidienza? Direi di no, a disobbedire gli Italiani sono bravissimi da soli. Il Papa esercita un magistero, vale a dire un’opera di insegnamento e di educazione: che educhi, allora, gli Italiani alla cultura della disciplina, del senso civico, del senso delle istituzioni, del rispetto per l’opinione degli altri. Tutta roba che nel nostro DNA nazionale manca.

Quanto ai dirigenti dello Stato: se hanno problemi tra Dio e lo Stato la soluzione non è nel tenere il piede in due staffe, ma nel fare una libera scelta. Il mondo è pieno di persone che servono fedelmente Dio, e non per questo percepiscono uno stipendio pubblico. Sta anche scritto: “Non si può servire due padroni…”

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